IL VANGELO DI MARTEDÌ 12 NOVEMBRE
“In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni.
Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».” (Mt 24,45-51)
Un servo se è fidato avrà di certo una particolare attenzione da parte del suo padrone che potrà dargli importanti responsabilità
Un servo che approfitta della fiducia del padrone avrà di certo il suo disprezzo e la conseguente punizione ed esclusione da ogni responsabilità.
Nella vita vi sono molti momenti dove vi sono le tentazioni e in alcuni di questi è messa alla prova la fedeltà verso Dio, verso i propri cari, verso a quanto si crede. Sono quelle occasioni che sembrano ghiotte ma hanno un contenuto di peccato, di egoismo, di tradimento verso Dio e il prossimo.
La persona che rimane fedele avrà certo già una ricompensa qui quanto meno nella serenità perché non vi è tradimento alcuno anche se in mezzo a molte difficoltà della vita.
Riflessione sul Vangelo del giorno a cura di:
don Felice Zaccanti, Cappellano Ospedali di Rho, MI
(Spunto dal Vangelo secondo Matteo 24,45-51 di martedì 12 novembre 2019, – TEMPO DOPO PENTECOSTE – Rito Ambrosiano)
IL VANGELO DI LUNEDÌ 11 NOVEMBRE
“In quel tempo. Il Signore Gesù diceva ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”».” (Mt 25,31-40)
E’ lo stesso brano evangelico della Domenica appena trascorsa ma senza gli ultimi versetti che riguardano coloro che non hanno avuto attenzione per il prossimo e rischiano molto perché il giudizio divino è basato sulla carità.
San Martino di Tours è fra quelli che hanno avuto attenzione per il prossimo e ha vissuto la compassione dividendo quel mantello dandone la metà al povero incontrato per strada. E’ momento importante poiché quel povero si rivelerà essere il Signore Gesù che gli farà ritrovare quel mantello integro. L’attenzione verso una persona bisognosa è come se se fosse rivolta al Signore stesso.
Vi è una benedizione del Signore quando c’è un gesto gratuito senza che si pretenda nulla in cambio, neanche un grazie. Questo è il modo di agire evangelico, crea una situazione di pace, concordia, spegne le tensioni e dice qualche cosa di Dio, del suo amore.
Riflessione sul Vangelo del giorno a cura di:
don Felice Zaccanti, Cappellano Ospedali di Rho, MI
(Spunto dal Vangelo secondo Matteo 25,31-40 di lunedì 11 novembre 2019, – TEMPO DOPO PENTECOSTE – Rito Ambrosiano)
IL VANGELO DI DOMENICA 10 NOVEMBRE
“In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».” (Mt 25,31-46)
Nella venuta finale del Signore Gesù Cristo vi sarà il giudizio ultimo. Tutti i popoli delle nazioni saranno giudicati, un giudizio universale e immediato, senza attese. Tutti dunque radunati davanti all’unico Giudice.
Questo avverrà secondo la speranza in modo divino, cioè un giudizio misericordioso che consideri tutto della persona giudicata: le sue miserie, la mancanza d’amore ricevuto e quello non dato, l’amore ricevuto e quello dato, la carità non ricevuta e non data, e quella ricevuta e data. E le molteplici cose che solo il Signore Dio è in grado di conoscere e giudicare.
Il bene e il male coesistono, lo vediamo e lo viviamo oggi, ma dopo il giudizio saranno per sempre separati “come il pastore separa le pecore dalle capre”. E’ la garanzia che vi sia un futuro d’eternità fatto di bene dove il male non può coesistere. E’ cosa importante da alcuni interpretata come ingiustizia e non amore e quindi impossibile ma in realtà è la giustizia del profondo amore di Dio per le sue creature che lascia che scelgano liberamente dove andare.
Gli uomini saranno giudicati con il criterio dell’amore verso il prossimo secondo le proprie capacità d’amare. Se fai la carità (non è solo elemosina ma vivere l’amore verso il prossimo) hai la possibilità di essere poi avvolto dall’amore di Dio.
Riflessione sul Vangelo del giorno a cura di:
don Felice Zaccanti, Cappellano Ospedali di Rho, MI
(Spunto dal Vangelo secondo Matteo 25,31-46 di Domenica 10 novembre 2019, – TEMPO DOPO PENTECOSTE – Rito Ambrosiano)
IL VANGELO DI SABATO 9 NOVEMBRE
“In quel tempo. La donna Samaritana dice al Signore Gesù: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».” (Gv 4,19-24)
Questo è il tempo dell’adorazione del Dio trinitario in spirito e verità. In spirito, cioè non nella ricerca di statue, monili, oggetti sacri da adorare che altrimenti diventerebbero dei veri idoli.
A proposito, potrei domandarmi se sono attaccato particolarmente a un oggetto religioso, e il privarmi dello stesso sarebbe un grosso impedimento. Un normale dispiacere per un oggetto cui ero legato va bene, ma se il privarmi dello stesso fosse un impedimento del tipo che non ne posso fare a meno (statua, ritratto, articoli religiosi ecc.) forse vuol dire che ho basato la fede su qualche cosa che potrebbe essere diventato addirittura un idolo.
Se è così non sono nella via dell’adorazione di Dio in spirito. Si può mettere a posto considerando che l’adorazione è per una persona viva e trinitaria, Padre, Figlio e Spirito Santo. Se considero sempre una persona e non un oggetto da adorare allora sono già sulla strada buona dell’adorazione in spirito.
L’adorazione in verità è già viva se c’è quella dello spirito perché sono disponibile a una relazione con Dio e questa può essere solo in verità verso me stesso (non devo mentire a me stesso) e quella che si dipana dal Signore Dio.
«viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità».
Riflessione sul Vangelo del giorno a cura di:
don Felice Zaccanti, Cappellano Ospedali di Rho, MI
(Spunto dal Vangelo secondo Giovanni 4,19-24 di sabato 9 novembre 2019, – TEMPO DOPO PENTECOSTE – Rito Ambrosiano)
IL VANGELO DI VENERDÌ 8 NOVEMBRE
“In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».” (Gv 14,2-7)
I discepoli del Signore Gesù mai saranno separati da lui, c’è una promessa di un ritorno per prenderli con se. E’ il richiamo alla fede, a essere fiduciosi nel Signore Gesù. La fede in Dio toglie la paura all’uomo e lo fa allontanare dalle sicurezze terrene che, al contrario, non tolgono la paura. Solo nel Signore Gesù è vinta perché è la via dove l’uomo trova finalmente la verità conoscendo Gesù e riacquista finalmente la vita. Gesù è via, verità e vita. C’è una pienezza in questa affermazione perché coglie e avvolge l’esistenza umana che è in cammino (via), che cerca la verità nella cose nelle persone e che vuole vivere e non vivacchiare. Gesù è la risposta: «Io sono la via, la verità e la vita».
Riflessione sul Vangelo del giorno a cura di:
don Felice Zaccanti, Cappellano Ospedali di Rho, MI
(Spunto dal Vangelo secondo Giovanni 14,2-7 di venerdì 8 novembre 2019, – TEMPO DOPO PENTECOSTE – Rito Ambrosiano)
IL VANGELO DI GIOVEDÌ 7 NOVEMBRE
“In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite». A queste sue parole, molti credettero in lui.” (Gv 8,28-30)
Quando Gesù sarà innalzato dall’uomo sulla Croce, molti capiranno che si è offerto in modo totale per loro stessi che lo avevano condannato. A questo annuncio molti credettero in lui, vedendo quella traccia di Dio che illumina chi vuole capire e ritrovare il senso dell’esistenza. C’è una azione di disposizione ad ascoltare per poter imparare e capire, per potere conoscere il Signore Gesù e accorgersi che veramente è “Io Sono”, cioè il Signore Dio.
L’essere con il Signore non vuol dire essere perfetti nelle azioni, nei pensieri, nell’amore, ma vuol dire credere in lui, scoprire di essere poveri e immeritevoli e stupirsi di essere amati per quello che si è, non perfetti, ma persone che vivono tentando di amare.
Riflessione sul Vangelo del giorno a cura di:
don Felice Zaccanti, Cappellano Ospedali di Rho, MI
(Spunto dal Vangelo secondo Giovanni 8,28-30 di giovedì 7 novembre 2019, – TEMPO DOPO PENTECOSTE – Rito Ambrosiano)
IL VANGELO DI MERCOLEDÌ 6 NOVEMBRE
“In quel tempo. Di nuovo il Signore Gesù parlò agli scribi e ai farisei e disse: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».
Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera». Gesù rispose loro: «Anche se io do testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove sono venuto e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado. Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. E anche se io giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. E nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera. Sono io che do testimonianza di me stesso, e anche il Padre, che mi ha mandato, dà testimonianza di me». Gli dissero allora: «Dov’è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio».” (Gv 8,12-19)
La luce del mondo, il Signore Gesù, vuole illuminare il cammino delle persone, in special modo coloro che non riescono a conoscerlo, o meglio a volerlo conoscerlo.
Costoro rimangono legati a un stretto ragionamento fatto di leggi, norme, e rimanendo in esse si negano la possibilità di riconoscere il Cristo. In quel momento avrebbero dovuto parlare lo spirito, il cuore e la mente, e liberi da ogni legame fatto di legge, convenienze personali e di categoria, avrebbero avuto la possibilità di riconoscere il Cristo, di conoscere Gesù.
Una delle condizioni per conoscere Gesù è lasciare dietro di sé tutti quei castelli di ragionamenti ben architettati ma con l’unico scopo di giustificare se stessi, dicendosi di avere ragione ma in realtà mentendo a se stessi.
Se si decide di fare verità, di lasciare dietro di se comode convenienze, allora c’è la possibilità di aprirsi alla novità di Gesù, di conoscerlo e conoscere il Padre suo, il Padre nostro.
Riflessione sul Vangelo del giorno a cura di:
don Felice Zaccanti, Cappellano Ospedali di Rho, MI
(Spunto dal Vangelo secondo Giovanni 8,12-19 di mercoledì 6 novembre 2019, – TEMPO DOPO PENTECOSTE – Rito Ambrosiano)
IL VANGELO DI MARTEDÌ 5 NOVEMBRE
“In quel tempo. Il Signore Gesù esclamò: «Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».” (Gv 12,44-50)
Gesù esorta le persone affinché possano credere in lui. Lo fa perché ama tutte le sue creature, uomini e donne, e vuole che ognuna sia libera da ogni impedimento per compiere bene la sua esistenza qui sulla terra e poi quella eterna.
L’ascolto della sua parola è la via che mette alla luce gli impedimenti che ostruiscono la libertà e conducono verso un’illusione di falsa libertà. La scoperta dell’ascolto della Parole del Signore è in realtà la scoperta della vera libertà e di una nova esistenza piena di speranza.
La condanna di cui parla Gesù, è un auto condanna, la scelta di rifiutare Gesù, e il rifiuto della sua parola. E’ sempre l’uomo che decide da che parte stare, e in questo sceglie liberamente se essere salvato dalla Parola del Signore e dalla sua misericordia, oppure se rifiutarla. Il Signore accoglie chi lo sceglie.
Riflessione sul Vangelo del giorno a cura di:
don Felice Zaccanti, Cappellano Ospedali di Rho, MI
(Spunto dal Vangelo secondo Giovanni 12,44-50 di martedì 5 novembre 2019, – TEMPO DOPO PENTECOSTE – Rito Ambrosiano)
IL VANGELO DI LUNEDÌ 4 NOVEMBRE
“In quel tempo. Diceva il Signore Gesù ai farisei: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore». ” (Gv 10,11-15)
Nella Chiesa vi sono alcune persone chiamate a essere pastori, sacerdoti. Questo non è un grado superiore d’autorità come accade nelle aziende dove ci si organizza in modo strettamente gerarchico. Nella Chiesa non è così, chi è sacerdote è a servizio, dona la vita per la comunità a cui è stato chiamato. E’ quasi una gerarchia alla rovescia, dove un titolo importante agli occhi dei fedeli, è in realtà essere più a servizio per loro.
Un servizio che per tutti i sacerdoti dovrebbe essere prezioso e i fedeli sono la linfa vitale della Chiesa, tutti da ascoltare e da stimare. Il compito del pastore è di accudire le proprie pecore e riesce bene se ama le proprie pecore, i propri fedeli, affinché possano essere instradati sulla via della vita e della salvezza. Il pastore ama le pecore ed è disposto a sacrificarsi per loro perché possano abbandonare quelle vie che portano alla perdizione, all’allontanamento dalla fede, soprattutto in quei difficili casi dove alcuni fedeli pensano già di essere sulla via buona e a servizio della Chiesa ma non lo sono affatto.
La strada del pastore è quella dell’amore per i suoi fedeli e questo è il sacrificio in quell’attesa paziente verso quei cuori che non riescono a vedere, non riescano ad amare alcuni magari a servizio di volontariato nella Chiesa ma in realtà lupi travestiti da pecora.
Il buon pastore da la vita per le proprie pecore perché possano trovare la via, la verità e la vita: il Signore Gesù Cristo.
Riflessione sul Vangelo del giorno a cura di:
don Felice Zaccanti, Cappellano Ospedali di Rho, MI
(Spunto dal Vangelo secondo Giovanni 10,11-15 di lunedì 4 novembre 2019, – TEMPO DOPO PENTECOSTE – Rito Ambrosiano)
IL VANGELO DI DOMENICA 3 NOVEMBRE
“In quel tempo. Il Signore Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». ” (Mt 22,1-14)
Nella parabola Gesù esprime un re che ha un desiderio: riempire la sala per i festeggiamenti delle nozze del suo figlio. Il desiderio è quello di condividere la gioia con i suoi sudditi. Inspiegabilmente proprio gli invitati rifiutano. La sala si riempì ma di buoni e cattivi recuperati all’ultimo momento e gli invitati furono esclusi perché divennero omicidi.
La sala dei festeggiamenti dunque si riempì ma qualcuno non si era preparato, era comunque entrato nella sala ma non era pronto privo di abito nuziale. E per questo fu escluso.
Essere un giorno nella gioia della beatitudine celeste è cosa seria.
Ci accede solo chi aderisce all’invito alla gioia, a condividerla, ad avere il desiderio di Dio, il desiderio della giustizia, della pace e della gioia. Questa è la condizione importante: ho il desiderio del Paradiso? Ho il desiderio di una realtà fatta unicamente di bene dove si può sperimentare la pienezza della gioia? Questa è la condizione fondante per non rifiutare quell’invito di Dio a essere partecipi con lui nella beatitudine.
Ma non basta solo il desiderio. Non si può accedere alla beatitudine nel cielo se non con una preparazione per indossare l’abito nuziale. Se non si sono messi dietro le spalle comportamenti sbagliati, i peccati, in modo da tentare di vivere anche qui su questa terra l’amore se pur in modo assai imperfetto, allora si ha una grossa difficoltà con un cuore che rimane appiccicato ai peccati.
Vivere nel tentativo d’amore con uno sguardo su Gesù Cristo, è già un ottimo percorso per essere un giorno fra i commensali del banchetto celeste.
Riflessione sul Vangelo del giorno a cura di:
don Felice Zaccanti, Cappellano Ospedali di Rho, MI
(Spunto dal Vangelo secondo Matteo 22,1-14 di Domenica 3 novembre 2019, – TEMPO DOPO PENTECOSTE – Rito Ambrosiano)